Bestie di scena, mostri di bravura e di poesia

 

(foto: Masiar Pasquali)

Tanto si è scritto su questo lavoro di Emma Dante, la maggior parte delle cose non belle. Ho sentito parlare di ginnastica, di orribile crudeltà verso gli attori, di mancanza di rispetto nei confronti dello spettatore e via così. Sono opinioni, ovviamente. Io non ho visto nulla di tutto ciò. Io ho visto 16 attori straordinari compiere un gesto teatrale straordinario.

Ognuno ha visto di tutto in questo spettacolo. Io ci ho visto questo: un gruppo di attori solidale e perfettamente sincrono che esiste in quanto tutt’uno omogeneo. Poi il teatro irrompe e loro restano a mano a mano nudi e “in balia” di agenti esterni che, attraverso il passaggio muto di oggetti lanciati dalle quinte e dalla graticcia, modificano gli attori che, staccandosi via via dal gruppo, diventano personaggi.

Ora, chi conosce il teatro della Dante, riconosce i personaggi che mano a mano entrano in scena: c’è il fratello morto delle sorelle Macaluso, c’è la Scimmia, ci sono i picciotti di Cani di bancata, le bambole, gli sputi…c’è tutta Emma Dante con la potenza del suo teatro e dei suoi attori, che sono davvero a un livello eccezionale, con i loro corpi imperfetti, a volte brutti, ma a cui danno una poesia e una dignità che può derivare solo da una passione infuocata per quello che si fa.

C’è chi ci ha visto la mano crudele e onnipotente della regista che tutto può e gli attori che subiscono. Ora, una riflessione: Emma Dante è notoriamente una regista dittatoriale. Ok. Ci sta (a parte la domanda: quale regista non lo è?), ma gli attori non sono bambole senza volontà. Il fatto che Emma Dante lavori con questi attori da sempre, che siano cresciuti insieme, la dice lunga sul rapporto regista-attore che è stata in grado di instaurare. In una società in cui i lavoratori di call center sono pagati sette euro lordi all’ora  per lavorare sul modello delle   api in un alveare da multinazionali miliardarie, è troppo allucinante che si faccia un ragionamento del genere. Quella dell’attore è una dignità artistica incredibile. Che in questo spettacolo viene rivendicata tutta dal momento in cui la regia lancia sul palco i vestiti per gli attori e questi si rifiutano di indossarli mostrandosi al pubblico per quello che sono: attori. Rivendicano fortemente questo ruolo. Restano attori al di là delle imposizioni della regista. Sono attori, nudi, integri, insieme. La nudità dopo i primi dieci secondi non si percepisce nemmeno più, tanto è funzionale al “testo”.

Il gruppo è fondamentale. Il gruppo è sempre solidale. Assiste alla trasformazione da persona a personaggio di un compagno alla volta, ma è sempre pronto a riassorbirlo quando si rende conto che si stanno travalicando i limiti. Il gruppo è vitale, luogo in cui tutto avviene e in cui tutto torna. A disposizione della regista, ma contro la regista all’occorrenza. Fino alla “rivolta” finale, che è presa di coscienza collettiva di quello che si è: attori che diventano altro, ma consci di se stessi e del loro potere.

Conosco bene il teatro di Emma Dante e nei suoi ultimi lavori avevo sentito una perdita di direzione, una perdita nella potenza che caratterizza i suoi primi lavori: Carnezzeria, Cani di bancata, La scimmia… In questo Bestie di scena ritrovo tutta la sua personalità, la sua grinta e la grinta dei suoi attori, che si prestano a uno spettacolo indubbiamente difficile e consapevolmente controverso. Ma non credo che sarà tanto peggio che fare training nel sangue dei maiali che ricopriva il pavimento del macello di Palermo in cui hanno iniziato. Perché forse prima di tranciare giudizi al limite dell’insulto (come mi è capitato di leggere recentemente) bisognerebbe sapere da dove arrivano le cose, quali sono i percorsi. Perché prima di “insultare” la Dante forse un piccolo riepilogo della sua storia teatrale bisognerebbe farlo.

E non parlo di gusto. Io capisco benissimo a chi non è piaciuto, a chi ha fatto schifo. Capisco meno quelli che non lo considerano teatro, o solo ginnastica, o non lo considerano proprio. C’è una drammaturgia fortissima, ci sono attori straordinari, c’è una regia chiarissima e che ci mette la faccia. È un’autocritica eccezionale e coraggiosa. La Dante con questo spettacolo dice: «Io posso dirti cosa fare, come farlo, farti pulire il palco, decidere della tua vita e della tua stanchezza e umiliarti e farti vergognare di te stesso… ma tu, alla fine, hai il potere di dire no. Hai il potere di rifiutare i miei ordini. E in questo, tu esisti, al di là di me e del mio ruolo».

Una dichiarazione d’amore per i suoi attori, per il teatro che esiste al di là di noi, per il gesto atletico che diventa poesia, per il silenzio che parla da solo. Perché gli attori diventano altro, ma restano se stessi, sempre, insieme.

Uno spettacolo perfetto.

PS Ieri il Piccolo era strapieno. Applausi tantissimi. Quattro uscite in ribalta. Direi che non ci sono polemiche e fischi… Forse a questo giro ha apprezzato più il pubblico “normale” che quello “del mestiere”. Bisognerebbe interrogarsi sul perché.

Il dibattito, per chi vuole, è aperto. Sono curiosa.